Paolo Rumiz: La scala del grande vecchio 2015-07-07T15:49:07+00:00

E’ lunga come il purgatorio, scura come il temporale, la scala che ti porta al grande vecchio della montagna, lassù sull’Altopiano di Asiago. Quattromilaquattrocentoquarantaquattro gradini, ripidi da bestie, faticosi già a nominarli. Partono dalla Val Brenta, sotto picchi arcigni, nel punto dove la valle – per chi viene da Bassano – sembra spaccarsi in due, all’altezza di un paese chiamato Valstagna, con la sua muraglia di vecchie case a filo d’argine. L’erta prende la spaccatura di sinistra e brucia in un lampo 810 metri dislivello. Si chiama «Calà del Sasso», ed è una delle opere più fantastiche delle Alpi. Sconosciuta, ovviamente, agli italioti. Per capire Mario Rigoni Stern e i suoi libri non devi andarci in auto. Devi sudare, muovere le chiappe. E di tutte le intorcicate strade che collegano l’Altopiano al resto del mondo devi scegliere questa. La più segreta, la più bella, la più diretta, la più alpina. Serviva a calare il legname in fondovalle, per farlo navigare fino a Venezia. Un fiume di pietra, quasi una pista di bob, affiancata da scalini, da dove i legnaioli controllavano i tronchi, invertendone la direzione a ogni tornante. Te ne accorgi subito, appena cominci a salire, che la Calà del Sasso è fatta per scendere. E tu la fai all’incontrario. Ti addentri nella Val Frenzéla (un tempo Freiental, nel dialetto tedesco di Asiago) coperta di muschi e umidità, traversi foreste di felci, ombrellifere, rampicanti e subito pensi: se fosse in Francia, questo luogo sarebbe indicato da tutte le parti, sommerso di dépliants, inondato di iperboli. La più lunga scala delle Alpi, figurarsi. Superlatif, formidable, unique au monde. Ci avrebbero messo musei con l’epopea dei legnaioli, percorsi didattici con la storia dei tronchi che scendono lungo il Brenta fino all’Arsenale, e quella del carbone che arriva per chiatta a Rialto. Ma non siamo in Francia. Siamo in Italia, e Valstagna è un luogo dove nessuno si ferma, dove respiri l’abbandono. C’è afa, ronzano mosche, il cielo brontola sugli strapiombi, quest’estate boia non finisce mai, ma si sale lo stesso, sono gli scalini a portarti con regolarità, cinquanta centimetri di passo, quindici di dislivello. Ci metti due ore: il tempo, dicono qui, di recitare «quattro rosari». La fatica è tutta nell’anima, perché la scala, appena restaurata con i soldi della Comunità Europea, è già in semi-abbandono, coperta di pietre ed erbacce. Dice a ogni metro il divorzio degli italiani dalle loro antiche strade. Povero Paese senza memoria, il nostro. Troppo pieno di storia per avere cura delle sue pietre. La Svizzera del Veneto ti si schiude all’ultimo scalino, ed è un mondo a sé, col suo labirinto di pascoli lontani dal mondo, le antiche leggi comunitarie, i Sette Comuni federati da sette secoli e lasciati liberi dalla Grande Venezia. Per arrivare dal vecchio devi camminare ancora due ore, passare sotto il Monte di Val Bella lungo un sentiero che si chiama Via Tilman, infilarti tra la frazione di Bertigo e Malga Costalunga, puntare sull’immenso sacrario della Grande Guerra, evitare come la peste la conurbazione di Asiago già infestata di balconcini tirolesi e palchetti con gli animatori, girare a Nord verso la Val di Nos e chiedere alla gente. Tutti sanno dove abita il Mario. Sbuca dalla finestra del primo piano, ride a vedermi con sacco e scarponi, pare ancora un ragazzino con quella foresta di capelli matti. Scende subito, è curioso di sapere di questa traversata alpina, vuole dare i consigli giusti. Apriamo la carta su un tavolino sotto casa. «Vai – mi dice – vai sulle Alpi liguri, selvagge, solitarie, con gli ulivi fino a mille metri». Poi racconta della strada degli emigranti, che da qui prendevano il treno per Ulma, Germania, e la distanza la calcolavano col prezzo del biglietto a partire da quella città. «Son stà do marchi al de là del Ulm», dicevano, sapendo che più lontano andavano meglio era. Meno italiani in giro, meno concorrenza. Dunque più salario. «Pioverà» dice Mario, e mostra l’uccello in gabbia. E’ immobile, si chiama Crociere delle Pinete e si muove solo col bel tempo. Giorni fa, racconta, un fulmine ha accoppato sei vacche su in malga. Mi porta sull’orto. Ha le rape rosse per fare il Barszcz, la zuppa delle grandi pianure slave, ricordo della campagna di Russia. «La ricetta ucraina è con tre tipi di carne, crauti freschi, aglio, cipolla. Alla fine ci metti lo yogurth, in assenza di panna acida. E un po’ di paprika». Si muove tra gli ortaggi come tra i suoi libri. Porri, radicio triestin e radicio de testa, insalata catalogna, coste, cavolfiori, carote, zucchine, tegoline. E le verze, che i caprioli vengono a rosicchiare ogni mattina all’alba. Andiamo a camminare, Mario mette gli scarponi, ha ancora il diavolo in corpo. A ottantadue anni è andato a caccia di camosci, la prima volta. E siccome ha una mira bestiale, ne ha fatto secco uno al primo colpo. Del bosco sa ogni segreto, è una cosa vivente che gli serve a misurare la febbre della Terra. Quest’anno caldo, racconta, gli abeti sono in esuberanza, «guarda lassù come son pieni di stròbili e polline». Le allodole sono salite sopra i 1500 metri, le senti dal trillo dell’alba che non c’è più, attorno al paese. Le zecche sono sparite, le vespe germaniche pure. I funghi pochi, le vipere tante. E troppe ortiche, lamenta. Il segno dell’abbandono dei pascoli. «Se la politica non aiuta le malghe, le erbacce arriveranno fino alla piazza di Asiago». Malga Zevio, le trincee raccontate da Emilio Lussu. Mario si arrampica, entra nelle postazioni austriache, conosce ogni metro di questo luogo maledetto dove ragazzi di vent’anni si ammazzarono per venti mesi per conquistare venti metri. «Mio zio Mosé combatté qui e non volle ritornare. Mai». Col bastone mostra l’Ortigara, la Malga Ongara, il Grappa, i luoghi dove i fanti sardi andarono al massacro. Diavoli rossi, li chiamavano, perché sbucavano di notte col coltello. «Quando la guerra finì, la gente trovò ancora scheletri sui reticolati». Sembra incredibile che la natura abbia ricolonizzato ogni centimetro di questo luogo, dove ogni pietra è un rudere.

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